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Gli effetti positivi dell’applicazione dei criteri ambientali minimi nella P.A. e nelle aree protette

Convegno, all’auditorium del ministero, organizzato dalle direzioni generali per il clima e l’energia, la protezione della natura e del mare e la direzione salvaguardia del territorio, con gli enti gestori delle aree protette e le autorità di distretto

L’applicazione del decreto legislativo sui criteri ambientali minimi nella pubblica amministrazione, nelle aree protette, nelle Autorità di distretto e nei consorzi di regolazione è stata al centro del convegno tenutosi all’auditorium del ministero dell’Ambiente.

Come ha sottolineato in apertura il direttore Renato Grimaldi (Direzione Generale per il clima ed energia), si tratta di “un obbligo di legge che affronta l’esigenza di internalizzare i costi ambientali in un ambito (quello degli acquisti della PA) che influenza una fetta importante del Pil nazionale: si stima tra il 12 e il 17%. Vuol dire orientare le produzioni, ma anche spingere per l’adozione di criteri produttivi più qualificanti dal punto di vista ambientale che potrebbero incentivare la competitività delle filiere locali e territoriali, alla luce dell’adozione dei criteri valutativi dell’economia circolare. Insomma, un meccanismo capace di mettere in moto un processo concreto di innovazione e trasparenza, che fa fare dei passi in avanti al mondo della sostenibilità e, in qualche modo, serve a permeare in chiave più ecologica la produzione e i consumi”.

Il direttore Maria Carmela Giarratano (Direzione generale per la protezione della natura e del mare) ha osservato che “siamo davanti a un cambio di passo: il cambio di paradigma da criteri facoltativi da inserire nei disciplinari di gara a criteri obbligatori costituisce una nuova modalità di esercizio dell’azione amministrativa. L’applicazione del decreto è uno strumento necessario, sia per i gestori delle aree protette, sia per altri soggetti come le autorità di bacino, per mostrare concretamente che chi si occupa di ambiente in Italia non  può non considerare la centralità di temi come l’economia circolare, la lotta agli sprechi, il riciclo delle materie prime, tutti elementi che fanno sì che oggi l’azione amministrativa venga improntata a criteri ulteriori rispetto a quelli che siamo ormai abituati a conoscere e con cui ci confrontiamo da diversi decenni. Dunque, il vero tema su cui riflettere è che l’attuazione di questa norma sia sentita in modo diverso, in modo partecipato, in quanto l’adozione dei criteri ambientali minimi dà la possibilità di incidere in modo significativo rispetto a comportamenti che possono avere ripercussioni sull’economia nazionale, in accordo con gli obiettivi dell’Agenda sullo sviluppo sostenibile , con  il tema della lotta agli sprechi e con quello della conservazione della biodiversità. Tutti obiettivi che, oltre ad essere compresi negli obiettivi dello sviluppo sostenibile, investono di maggiore responsabilità coloro che gestiscono le aree protette, in quanto rappresentano deputati alla conservazione della biodiversità e alla valorizzazione del capitale naturale”.

Il direttore generale per la salvaguardia del territorio e delle acque, Gaia Checcucci, ha messo in evidenza come l’applicazione dei Cam (criteri ambientali minimi) possa incidere sullo sviluppo green del nostro Paese. “Noi abbiamo la possibilità di dare un indirizzo – ha affermato - e una rotta ben definita con l’applicazione di questi criteri e proprio per questo abbiamo un grande senso di responsabilità: mettere l’ambiente al centro delle politiche di sviluppo, che diventa quindi un fattore importante per la competitività delle nostre imprese oltre a garantire il rispetto degli impegni presi con l’accordo di Parigi e l’Agenda 2030”.

Dopo una rapida ed esaustiva prolusione tecnica dell’esperto in materia GPP/CAM Riccardo Rifici (funzionario della Direzione generale per il clima ed energia), è intervenuto, poi, tra gli altri, il dirigente Antonio Maturani della Direzione Protezione natura (Divisione II biodiversità, aree protette, flora e fauna) che ha messo in luce il fatto che “un’applicazione sistematica e omogenea dei Cam consente di diffondere tecnologie ambientali e prodotti sostenibili. E questo produce un effetto leva sul mercato poiché induce tutti i competitors ad adeguarsi a quelle che sono le richieste del mercato delle forniture pubbliche. Questo obbligo garantisce quindi la diffusione di modelli di produzione e di consumo di servizi sostenibili. In questo contesto i parchi nazionali, le aree marine protette e le riserve naturali dello Stato possono assumere un ruolo fondamentale proprio per la loro attività di rete sul territorio nazionale. Si possono quindi avviare nuovi percorsi di sostenibilità nei nostri modelli di sviluppo se noi manteniamo sani, vitali e resilienti i nostri habitat”. Il dott. Maturani ha inoltre evidenziato che “una corretta applicazione dei Cam consente lo sviluppo di politiche pubbliche che siano direttamente orientate alla tutela ambientale, valorizzando, quindi, quello che è il nostro capitale naturale nelle sue specifiche e diverse direzioni”. 

 

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