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Simposio Internazionale “Una transizione giusta per la nostra casa comune. Energia, lavoro e sradicamento della povertà"

Roma 23 giugno - Questo il discorso del sottosegretario all’Ambiente Barbara Degani, pronunciato oggi al Cnel 

Nel dicembre scorso, nella capitale francese è stato adottato un accordo che rappresenta una grande nuova rivoluzione, poiché segna il punto di svolta verso una profonda modifica del modello di sviluppo del pianeta.

Ciò che è accaduto nella capitale francese è destinato a modificare in maniera decisiva e definitiva meccanismi ed equilibri mondiali.

E chi prima si renderà conto appieno del nuovo ciclo epocale che si è aperto, più e meglio degli altri potrà cogliere le enormi opportunità che il nuovo sviluppo, lo sviluppo sostenibile, il mondo de-carbonizzato, offrirà all’economia, alle imprese, al mondo del lavoro.

Opportunità che sono già attuali. Il rapporto mondiale sulla green economy ha confermato che gli investimenti in energie rinnovabili a livello globale nel 2015 hanno stabilito un nuovo record. Sono stati spesi 329 miliardi di dollari per impianti di energia pulita con una crescita del 4% rispetto al 2014. Un record ottenuto con il petrolio a prezzi bassissimi a indicare che l’incremento delle fonti di energia rinnovabile non è più legato al costo degli idrocarburi ma è legato a dinamiche diverse, quelle dello sviluppo di un nuovo sistema energetico mondiale sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e competitivo dal punto di vista economico.

Una tendenza che l’accordo di Parigi rende irreversibile. A Parigi infatti è accaduto quello che in 20 conferenze mondiali sul clima, cominciate negli anni ’90, non si era riusciti a fare: siglare un’ intesa in cui tutti e 195 i paesi del mondo si impegnano a tagliare le emissioni di gas serra, e cioè a muoversi, nella prospettiva di pochi decenni, verso la un’economia che non usa più combustibili fossili.

Questo è dipeso certamente dalla cresciuta  consapevolezza collettiva su questo tema, perché la pressione dell’opinione pubblica sui governi  è stata forte e incisiva (questi discorsi valgono per l’occidente, per i regimi democratici, dove esistono libertà di parola e di espressione e i movimenti ecologisti sono attrezzati e agguerriti).

Ma io credo che ci sia stata una spinta più forte, che ha condizionato tutti, in ogni paese, a prescindere dalle condizioni economiche e dai regimi politici: la spinta della Terra. Se guardiamo le cronache degli ultimi 5 anni ci accorgiamo che abbiamo vissuto un continuum di sciagure ed eventi estremi e che non vi è stato angolo del pianeta risparmiato da queste devastazioni.

Noi qui in Italia abbiamo assistito negli ultimi anni ad un incremento impressionante per frequenza ed intensità delle sciagure legate al dissesto idrogeologico.

I cambiamenti climatici, dopo essere stati per troppo tempo sottovalutati, hanno imposto drammaticamente la loro centralità e indotto finalmente quel cambio di marcia e di prospettiva che ha consentito di sbloccare una situazione negoziale che dal protocollo di Kyoto in poi era paralizzata.

Una paralisi che era in primo luogo culturale. L’effetto serra è affrontabile solo se tutti contribuiscono e, soprattutto, se contribuiscono a tagliare i gas serra i maggiori emettitori: Cina e Stati Uniti. Questo è stato il salto di qualità culturale che ha consentito di arrivare all’accordo di Parigi con un pacchetto di misure nazionali che rappresentano uno sforzo collettivo di tutto il pianeta per affrontare il problema. Naturalmente esistono responsabilità differenziate e, quindi, impegni differenziati.

Esiste una visione solidale che assegna ai paesi più ricchi l’onere di contribuire allo sviluppo sostenibile dei paesi poveri, con risorse per l’adattamento dei territori più vulnerabili agli eventi estremi, con il trasferimento di tecnologie per consentire, in primo luogo in campo energetico, uno sviluppo sociale ed economico svincolato dall’uso dei combustibili fossili. 

Questo è lo snodo economico fondamentale dell’intesa di Parigi.

Questa è la sfida che non è la sfida di domani, ma quella di oggi.

Quella che innesca anche uno sviluppo economico durevole dei territori mondiali maggiormente depressi.

Appare a tutti evidente che la partita dei grandi numeri delle emissioni non si gioca in Europa, ed in generale in occidente. La partita si gioca in Africa e soprattutto in Asia, ma si gioca con le tecnologie e le risorse occidentali ed europee in particolare. Il percorso che 195 paesi del mondo hanno delineato a Parigi è una sorta di doppio binario: da un lato vanno ridotte le emissioni, dall’altro va costruito un modello di sviluppo senza le emissioni.

Esistono due terzi degli abitanti del Pianeta che hanno condizioni e qualità di vita di gran lunga peggiori delle nostre. Questa maggioranza di umanità deve essere messa in condizioni di migliorare la propria qualità di vita.

L’alternativa è un’escalation di tensioni internazionali, cui già in parte assistiamo e la crescita esponenziale dei migranti climatici che potrebbero essere nei prossimi anni 250 milioni. É necessario quindi che l’accordo sul clima sia equo. Papa Francesco ha insistito particolarmente su questo punto nella sua “Laudato Sì” che a mio avviso ha dato la spinta decisiva, la spinta morale e politica più alta e autorevole verso il raggiungimento dell’intesa.

E l’intesa di Parigi raccoglie in pieno questo aspetto strategico socio-politico. Sono cento i miliardi di dollari che ogni anno andranno a finanziare lo sviluppo sostenibile dei paesi poveri.

Perché dove c’è bisogno di energia per lo sviluppo del lavoro, delle imprese, dell’agricoltura, per le scuole e gli ospedali, questa energia deve essere energia pulita.

L’intesa di Parigi segna quindi una via dello sviluppo nuova e diversa, imperniata sul risparmio delle risorse, sull’economia circolare in cui le materie prime non si sprecano più ma si riusano e riciclano. Un sistema energetico basato sulle energie rinnovabili che a fine secolo dovrebbero aver totalmente sostituito i combustibili fossili.

Per far ciò è necessaria una grande, coesa e costante volontà politica, ma anche una grande ricerca tecnologica, una grande capacità di esportare e disseminare conoscenze e buone pratiche e di dettare professionalità nuove.

Noi europei siamo stati in questi ultimi anni, e quindi a Parigi, la forza trainante verso un accordo ambizioso che abbiamo definito differenziato, giusto, durevole, dinamico, equilibrato e giuridicamente vincolante.

Ora dobbiamo prepararci ad attuare questo accordo, certamente con politiche nazionali coerenti, che abbiamo già avviato e che conosceranno il loro inquadramento organico nel sistema quadro del collegato ambientale.

Io sono convinta che la parte più attenta, la parte più moderna, la parte che guarda più lontano verso il futuro della società italiana ed europea ha già colto fino in fondo il senso della rivoluzione culturale, economica ed “energetica” che è stata avviata e si sta attrezzando per assecondarla e sfruttarne spazi e opportunità.

A Parigi è iniziato il futuro.

L’Italia può, vuole e saprà esserne protagonista.

 

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