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Un po’ di storia - dalla nascita del Protocollo di Montreal ad oggi

 

La nascita del Protocollo di Montreal


Nel 1975 il World Metereological Organization (W.M.O.) elaborò un rapporto dal titolo: "Le modificazioni dello strato di ozono come conseguenza delle attività umane", individuando nei CFC e negli Halon i principali responsabili di una possibile riduzione dello strato di ozono. Nello stesso anno l'U.N.E.P. (United Nations Environment Programme), in seguito ad un acceso dibattito scientifico, convocò un convegno di esperti designati dai governi e da organizzazioni inter-governative per coordinare una proposta di monitoraggio dei dati internazionali. Nel 1987, dopo che la comunità scientifica riconobbe la correlazione tra assottigliamento dello strato di ozono e clorofluorocarburi, nacque il "Protocollo di Montreal" per le sostanze lesive dell'ozono stratosferico in attuazione della Convenzione di Vienna (1985).

 

Il Protocollo di Montreal stabilisce gli obiettivi e le misure per la riduzione delle produzioni e degli usi delle sostanze pericolose per la fascia di ozono stratosferico. Il Protocollo stabilisce i termini di scadenza entro cui le Parti firmatarie si impegnano a contenere i livelli di produzione e di consumo delle sostanze dannose (Clorofluorocarburi, tetracloruro di carbonio, 1,1,1 tricloroetano, Halons, idroclorofluorocarburi, Bromuro di Metile), e disciplina gli scambi commerciali, la comunicazione dei dati di monitoraggio, l'attività di ricerca, lo scambio di informazioni e l'assistenza tecnica con i Paesi in via di sviluppo (PVS). Rispetto ai termini di scadenza sul contenimento dei livelli di produzione e di consumo delle sostanze dannose, i Paesi in via di sviluppo godono, rispetto ai Paesi industrializzati, di un allungamento dei tempi, chiamato "periodo di grazia" di dieci anni.

 

La Conferenza delle Parti del Protocollo di Montreal (MOP) si riunisce ogni anno al fine di valutare la validità e l'efficacia delle misure di controllo imposte dal Protocollo, aggiornare le norme di applicazione e quindi, dove necessario, apportare modifiche al Trattato attraverso decisioni, aggiustamenti ed emendamenti. Tali lavori vengono svolti dalle due sessioni preparatorie alla Conferenza chiamate “Open Ended Working Group” (OEWG); queste si riuniscono generalmente in Giugno e a ridosso della Conferenza delle Parti (COP) che viene generalmente ospitata da un Paese firmatario del Protocollo.

 

Entrato in vigore in Italia il 1 gennaio 1989, il Protocollo di Montreal è lo strumento operativo dell'O.N.U. per l'attuazione della Convenzione di Vienna "a favore della protezione dell'ozono stratosferico".

 

In seguito i Governi firmatari del Protocollo adottarono le misure per l'implementazione nazionale attraverso la normazione interna. L'Italia fu tra i Paesi maggiormente propositivi in tal senso, infatti favorì la cessazione dell'impiego delle sostanze ozono lesive raccolte, nonché la disciplina delle fasi di raccolta, riciclo e smaltimento con la legge 549/93, successivamente modificata dalla n. 179 del 1997 e la partecipazione al Fondo multilaterale per il Protocollo di Montreal con la legge n. 409 del 29 dicembre 2000.

 

I successivi decreti ministeriali 26 Marzo 1996 e 10 Marzo 1999 disciplinarono il recupero delle sostanze ozono lesive per il loro riciclo, riutilizzo e distruzione. Il decreto 3 ottobre 2001 completa il programma di dismissione degli halon e inizia il recupero dei CFCs dagli impianti e dalle apparecchiature di condizionamento e di refrigerazione, in attuazione dell'art.16 del Regolamento (CE) 2037/2000 (oggi art. 22 del Regolamento (CE) n. 1005/2009.

 

Con il decreto vengono istituiti i "Centri di raccolta autorizzati" che provvedono al recupero, riciclo, rigenerazione e distruzione dei CFC, degli HCFC e degli Halon.

 

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CFC, HCFC e HFC: due transizioni per chiudere il buco dell’ozono


Perchè l’ozono è importante
L’ozono è una molecola composta da tre atomi di ossigeno. E’ molto importante capire quanto l’ozono stratosferico (quello che si trova tra 10 e 50 km di altezza) sia fondamentale per garantire la sopravvivenza degli esseri viventi. Infatti, l’ozono stratosferico ci protegge dai raggi solari ultravioletti (raggi UV) che provocano cancro alla pelle, malattie agli occhi, sono nocivi per tutti gli esseri viventi in genere e possono persino influenzare l’equilibrio degli ecosistemi.

 

CFC: cosa sono, come distruggono l’ozono e quali danni provocano
I clorofluorocarburi (CFC) sono delle sostanze sintetiche che dagli anni ’30 in poi sono state largamente usate in molti settori industriali con un elevato sviluppo nei comparti della refrigerazione e delle schiume poliuretaniche. Sono delle molecole che risultano relativamente inerti negli strati bassi dell’atmosfera, ma quando raggiungono la stratosfera rilasciano cloro, ed è quest’ultimo a causare la distruzione delle molecole di ozono. L’assottigliamento dello strato di ozono comporta un aumento della radiazione ultra-violetta che giunge sulla superficie terrestre. Le conseguenze per l’ambiente e la salute umana possono essere molto gravi. Tra i rischi maggiori per la popolazione vi sono alcune malattie della pelle (compresi i tumori), danneggiamenti agli occhi (in particolare la formazione di cataratte) e modifiche nel sistema immunitario.

 

La comunità internazionale si riunisce per risolvere il problema
A metà degli anni ’70 i CFC vengono individuati come principali responsabili dell’assottigliamento dello strato di ozono stratosferico. Negli anni successivi diversi studiosi comprovarono questa teoria, il che conduceva ad un allarmante scenario che profilava la distruzione dello strato di ozono entro il 2050. L’ozono, infatti, è fondamentale per l’azione protettiva che svolge contro l’azione cancerogena, sull’uomo e sugli esseri viventi in genere, dei raggi solari ultravioletti (raggi UV). Nel 1977 l’UNEP organizzò un meeting di esperti per promuovere il coordinamento internazionale di tutti i contributi scientifici disponibili con il fine di stabilire delle strategie per evitare la totale distruzione dello strato di ozono. Il risultato di quegli sforzi fu un accordo internazionale: il Protocollo di Montreal
Si stabilì così il programma di riduzione graduale della produzione e dell’uso dei CFC con l’obiettivo di cessarne completamente la produzione quanto prima possibile.

 

HCFC: i sostituti dei CFC
Per prevenire un’ulteriore distruzione dello strato d’ozono, la Comunità Internazionale ha sottoscritto una Convenzione (Convenzione di Vienna, 1985) alla quale seguì un Protocollo (Protocollo di Montreal, 1987). Il Protocollo di Montreal prevede la graduale eliminazione della produzione e dell’utilizzo delle sostanze che distruggono lo strato d’ozono. Le decisione prese dalle Parti al Protocollo di Montreal hanno permesso che, in quasi tutti gli usi esistenti, i CFC fossero rimpiazzati dagli HCFC (idroclorofluorocarburi). Gli HCFC sono delle molecole con proprietà simili, e quindi buoni sostituti dei CFC, ma con un più basso potenziale di distruzione dell’ozono (Ozone Depletion Potential o ODP). Tuttavia non sono totalmente innocue per l’ozono ed è per questo che anche gli HCFC sono stati inseriti in un programma di riduzione graduale di utilizzo che conduca alla sospensione della loro produzione entro la fine del 2019.

Per rispettare gli impegni presi ratificando il Protocollo di Montreal, la Comunità Europea redisse il Regolamento (CE) 2037/2000 con l’intento di dare l’impulso per uniformare le normative dei suoi stati membri. Per tutti gli stati della Comunità Europea, dal 1° gennaio 2010 sono entrati in vigore il nuovo Regolamento (CE) 1005/2009 sulle sostanze che riducono lo strato di ozono ed il Regolamento (UE) n. 744/2010 relativamente agli usi critici degli halon che sostituiscono il precedente Regolamento (CE) 2037/2000.
 

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Il Fondo Multilaterale Ozono


Nel 1990, alla seconda Conferenza delle Parti (Londra, 1990) è stato istituito il Fondo Multilaterale per l’Ozono (MLF). Il Fondo è il meccanismo finanziario del Protocollo che consente ai Paesi in via di sviluppo di raggiungere gli obiettivi del Protocollo attraverso l’attuazione di progetti:

  • di riconversione tecnologica;
  • assistenza tecnica;
  • rafforzamento istituzionale;
  • attività di formazione e informazione.

Il Fondo è finanziato dai Paesi industrializzati su base triennale. Tre volte all’anno si riunisce il Comitato Esecutivo del Fondo Multilaterale (Executive Committee) che ha funzioni di:

  • controllo della situazione finanziaria, dello stanziamento delle donazioni e del finanziamento dei progetti;
  • valutazione delle attività delle agenzie di implementazione (UNEP, UNDP, UNIDO, World Bank);
  • valutazione e approvazione dei progetti;
  • emanazione di linee guida e procedure;
  • definizione delle strategie di intervento.

 

Funzionamento del Fondo
Il Fondo opera attraverso il Comitato Esecutivo composto da 14 seggi, di cui sette per i Paesi articolo 2 (Paesi industrializzati) e sette per i Paesi articolo 5 (Paesi in via di sviluppo). La composizione del Comitato viene stabilita ogni anno tramite una decisione della Conferenza delle Parti. Alcuni Paesi, come US ed EU, in quanto donatori sostanziali, hanno un seggio permanente. L'unione europea è rappresentata da tre gruppi di paesi (tre seggi) chiamati "constituency", all'interno dei quali la presidenza è a rotazione su base biennale. L'Italia fa parte della constituency composta da Francia, Inghilterra e Germania. Il Comitato Esecutivo sviluppa e monitora l'implementazione delle politiche operative e le linee guida per la definizione dei progetti, nonché amministra i soldi del fondo e ne stabilisce le modalità di erogazione.

In particolare:

  • analizza la conformità dei progetti presentati dai paesi in via di sviluppo attraverso le agenzie di implementazione, con le linee guida stabilite dal comitato esecutivo;
  • monitora l'esecuzione dei progetti ne valuta le performances, definisce i piani di lavoro delle agenzie di implementazione.

Il Comitato Esecutivo e il Segretariato del Fondo operano con l'aiuto di quattro agenzie di implementazione: UNIDO (United Nations Industrial Development Organisation), UNEP (United Nations Environmental programme), UNDP (United Nations Development Programme) e WORLD BANK (Banca Mondiale). Tali agenzie costituiscono il tramite tra il Fondo ed i Paesi in via di sviluppo. Il loro compito e di facilitare gli investimenti in tali Paesi attraverso l'identificazione delle aree di intervento, sviluppare i progetti in conformità con le regole del fondo, ottenere i finanziamenti, aiutare il Paese ad implementare il progetto.

 

Accesso al Fondo
I Paesi che possono accedere al fondo sono solo quelli in via di sviluppo (i Paesi con economia in transizione usufruiscono della GEF, Global Environment Facility). Pre-requisito è la presentazione di un "programma del Paese", redatto secondo le linee guida stabilite dal Comitato Esecutivo. Tale programma deve contenere la situazione di consumo e di produzione di ODS nel Paese, un analisi dei possibili scenari di riduzione, un piano per l'eliminazione del consumo e della produzione identificati, una stima dei costi incrementali necessari, sia per le attività di investimento, che per le attività di "capacity building" o assistenza tecnica. Il Fondo paga solo i costi incrementali del progetto, stabiliti secondo le regole del comitato per ogni settore di applicazione. Tali costi rappresentano "il costo aggiuntivo di una conversione legato alle “prestazioni ambientali", sostanzialmente i costi aggiuntivi legati alla scelta di una tecnologia, rispetto ad un'altra, per le sue caratteristiche ambientali migliori.

 

I progetti presentati dal paese devono fare riferimento al programma presentato. Vengono sottoposti al Fondo Multilaterale Ozono (MLF) tramite le agenzie di implementazione. Il Segretariato del MLF controlla la conformità alle regole del fondo dei progetti presentati dall'agenzia di implementazione e presenta i progetti rivisti ai sottocomitati per l'approvazione. Ultimamente la politica del Fondo è cambiata, essendo stato adottato il concetto di “demonstrated relevance to compliance”, ovvero legare il finanziamento all’impegno concreto del Paese a raggiungere una riduzione permanente del consumo e della produzione della data sostanza controllata.

 

Gli approcci scelti, in quanto ritenuti più idonei all’attuazione di tale politica sono:

  • accordi di riduzione di consumo il cui finanziamento progressivo è dipendente dal raggiungimento di target fissati dall’accordo stesso.
  • strategie globali o piani di eliminazione delle ODS globali.

Rispetto all’approccio per progetto, dove l’attore principale era l’industria oggetto della conversione e l’agenzia di implementazione responsabile dell’attuazione del progetto, la stipula di accordi o strategie nazionali comporta un maggiore coinvolgimento e responsabilità dei Governi nazionali dei Paesi beneficiari.

 

Opportunità per le imprese Italiane
A seguito della decisione della Conferenza delle Parti del Protocollo di Montreal XIX/6 sulla riduzione anticipata del calendario di eliminazione di Idroclorofluorocarburi (HCFC), i Paesi in via di sviluppo (PVS) hanno presentato delle strategie nazionali attraverso dei piani di riconversione della loro produzione e consumo con sostanze che non assottigliano lo strato di ozono l'atmosfera.

Le imprese Italiane che si distinguono per le tecnologie innovative ambientali sostitutive degli HCFC che vengono utilizzati nei settori delle schiume, della refrigerazione e condizionamento, delle pompe di calore e dei solventi, possono internazionalizzare il loro know-how diventando fornitori delle Agenzie di Implementazioni delle Nazioni Unite.

Le Agenzie che implementano i progetti di riconversione industriale approvati dal Consiglio di Amministrazione del Fondo Multilaterale ozono, pubblicano sui loro siti web i progetti che devono attuare e le componenti tecniche di cui hanno bisogno per la sostituzione delle tecnologie ozono lesive.

 

Contatti
Samantha Sapienza
sapienza.samantha@minambiente.it
Tel. 06 5722 8152

Giorgia Caropreso
caropreso.giorgia@minambiente.it
Tel. 06 5722 8160
 

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